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mercoledì 24 febbraio 2010

Fratelli di sangue: è boom di donatori stranieri


23 Febbraio 2010

IL FENOMENO

Fratelli di sangue: è boom di donatori stranieri

Già quarantamila gli stranieri coinvolti. In Lombardia proviene dall’estero l’8 per cento dei volontari che si presentano negli ospedali; in Toscana triplicati in pochi anni. A promuovere il gesto di generosità le stesse comunità e anche centri religiosi islamici Servono residenza da almeno due anni e la conoscenza della lingua (per rispondere al questionario obbligatorio). Un fenomeno che dimostra integrazione.

Dare una parte di sé: Mohamed lo chiama tabaroò bi addam, che in arabo vuol dire donarsi. Parte al mattino presto da casa, alla periferia di Torino, e prima del lavoro c’è quel momento unico, in cui si dimentica di essere arrivato in Italia su un barcone, di aver passato le pene dell’inferno chiamato clandestinità, d’esser riuscito a diventare italiano, pur senza mai sentircisi davvero. È il momento in cui dona il sangue. Nessun pregiudizio, lì, tra siringhe e cerotti. Solo la magia di quel "debito" nei confronti del nostro Paese che finalmente viene cancellato: «Dono il sangue e mi sembra di restituire. Dono il sangue e finalmente mi sento italiano», ripete Mohamed, mentre le provette si colorano di porpora.

Come lui sono circa 40mila oggi gli immigrati che donano il sangue in Italia. Senegalesi, romeni, albanesi, peruviani: tanti che ormai l’Osservatorio della cultura del dono del sangue di Avis parla d’un vero fenomeno. In Lombardia – tanto per snocciolare qualche numero – è immigrato l’8% dei circa 300mila donatori abituali: la sola Associazione donatori del Policlinico di Milano è passata dai 900 extracomunitari iscritti del 2006 ai 1.400 del 2009. Stesso trend in Toscana, altra regione con una forte tradizione di donazione del sangue, dove tra il 2004 e oggi i donatori stranieri iscritti all’Avis sono addirittura triplicati (passando da poco più di 300 a quasi mille). Pensare che molti di loro non sapevano nemmeno che si potesse donare, il sangue, complici le condizioni igienico-sanitarie critiche dei Paesi di provenienza, o le discriminazioni sociali o ancora le convinzioni culturali.

Ostacoli che nella maggioranza dei casi non sono stati superati attraverso la "spinta" o la collaborazione italiana: ad affrontare la tematica, e a rendere consapevoli gli immigrati dell’importanza della donazione anche in prospettiva di una eventuale ricezione del sangue (donare per ricevere, in caso di necessità), sono state le associazioni etniche locali, nate in seno alle diverse comunità di stranieri. E anche questo ha tutta l’aria di un "fenomeno": negli ultimi anni sono fiorite l’Associazione dei donatori di sangue del Marocco, la Lega dei romeni in Italia, enti volti ad informare gli immigrati di queste nazionalità dell’importanza della pratica della donazione, e che solo in un secondo momento si sono gemellati con l’Avis.

Poi è stato il turno dei centri di preghiera e delle istituzioni religiose delle comunità immigrate: giornate di donazione del sangue sono state organizzate nelle moschee di Roma e di Segrate (Milano), raccolte comunitarie hanno visto protagonisti cingalesi, sikh e pachistani in Piemonte, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna. Occasioni in cui le comunità di stranieri hanno anche predisposto banchetti con vivande tipiche e hanno riccamente decorato le sale adibite al prelievo: «Per noi donare il sangue è anche una festa – spiega Hassan, che vive a Torino –. Io dono a te il mio sangue perché sei mio fratello e non posso farti la guerra».

Il desiderio d’integrazione ha trovato nel sangue un viatico "funzionale", per così dire. A cominciare dalle regole burocratiche necessarie alla donazione: per ricevere l’idoneità a dare il sangue, infatti, occorre avere la residenza in Italia da almeno due anni, un documento di identità valido e conoscere la lingua italiana (la padronanza della lingua è richiesta affinché la persona comprenda le domande del questionario che accerta le potenziali condizioni a rischio). Sono le stesse regole della "buona" immigrazione, così come tante volte s’è sentita invocare nel dibattito politico degli ultimi mesi: unica differenza, nella pratica della donazione per gli immigrati diventano immediatamente comprensibili e assimilabili. Traducibili in un gesto concreto. Lo spiega bene Younas, pachistano, in Italia da cinque anni: «Il desiderio di essere italiano e quello di donare il sangue per me sono come venuti insieme, perché quando ho capito l’uno ho sentito davvero anche l’altro. Il sangue è stata la prima cosa che ho visto unire, e non dividere. Tutti abbiamo bisogno di sangue per vivere e così anche io immigrato posso essere finalmente considerato un normale cittadino, che dà la vita per il bene di tutti».

Riscatto e partecipazione: per gli stranieri la differenza tra l’essere accettati o meno, tra l’essere dentro o fuori, passa per il sangue: «Oggi ho donato il mio perché mi sento di qui – dice Stelian, romeno, residente a Segrate, vicino a Milano –. Per me è un modo di ringraziare l’Italia per quello che mi ha dato, l’ospitalità. Almeno non dicono sempre che l’immigrato è quello che ruba, o che violenta, ma anche quello che dà una parte del proprio corpo per aiutare gli altri». Stelian ha coinvolto tutta la sua famiglia, e persino qualche amico, nel "rito" della donazione: insieme certe volte hanno fatto persino la fila, e atteso per ore, fuori dai centri di raccolta; racconta che non è facile, perché gli "altri" «ti prendono in giro», dicono che non vai a lavorare per una cosa «che non ti viene neanche pagata. Ma io ci vado lo stesso: mica sono italiani, quelli lì».
Viviana Daloiso

Fonte: Avvenire

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